Feldenkrais & Pilates

La respirazioneil gesto più naturale del mondo e il più dimenticato

La respirazione è il gesto che compiamo per primo quando veniamo al mondo e l’ultimo prima di lasciarlo, eppure è anche uno dei gesti che, nel tempo, impariamo a fare peggio. Questo accade perché le emozioni, le abitudini, i dolori e persino gli insegnamenti che riceviamo finiscono per stratificarsi sul nostro respiro, modificandolo silenziosamente, finché ciò che dovrebbe essere il gesto più naturale del mondo diventa rigido, parziale, trattenuto.

In questo articolo mi pongo l’obiettivo di esplorare che cosa rende unica la respirazione umana, come funziona dal punto di vista anatomico e perché liberarla è necessario non solo per imparare a controllarla, ma anche perché è uno degli atti più profondi che possiamo compiere per il nostro benessere.

La respirazione umana e la sua unicità

Quando penso alla respirazione umana, trovo illuminante il confronto con quella di altri esseri viventi. Le scimmie antropomorfe, pur essendo capaci di pensiero complesso e persino di apprendere il linguaggio dei segni, non hanno alcun controllo volontario sul proprio respiro: per loro è un processo completamente automatico, come il battito cardiaco lo è per noi.

All’estremo opposto troviamo i delfini e le balene: essendo mammiferi che vivono in acqua, non possono permettersi di perdere il controllo della respirazione nemmeno durante il sonno. Quando un delfino dorme, mantiene sveglia metà del cervello per ricordarsi di tornare in superficie e respirare. È un controllo volontario assoluto e ininterrotto.

L’essere umano si trova esattamente a metà strada. Possiamo controllare volontariamente il nostro respiro — quando parliamo, cantiamo, meditiamo o ci alleniamo — ma quando ci addormentiamo, il respiro involontario prende il sopravvento e ci mantiene in vita senza alcun intervento cosciente.

Questo doppio registro è straordinario: siamo gli unici esseri viventi capaci di muoverci liberamente tra i due. Ed è anche la fonte di un paradosso: proprio perché possiamo intervenire volontariamente sul respiro, lo facciamo spesso in modo eccessivo e, nella maggior parte dei casi, a nostro svantaggio.

Tante tecniche, tanta confusione

Il respiro è centrale per il benessere di mente e corpo, per il movimento, per la postura e per la vita. Registra ogni variazione del nostro stato interno — fisico, emotivo, mentale — e, al tempo stesso, può modificarlo.

Non sorprende, quindi, che ogni disciplina abbia sviluppato il proprio approccio: nello yoga si lavora sul ritmo (inspirare, trattenere, espirare in rapporti precisi) per rallentare la mente e portarla nel corpo; nel Pilates la respirazione “a manico di secchio” — che allarga il torace lateralmente — è funzionale all’attivazione del core; nel Feldenkrais si esplorano tutte le modalità possibili per sciogliere le abitudini e restituire libertà al sistema nervoso.

Ma allora, qual è il modo migliore di respirare? La respirazione deve essere addominale o toracica? Volontaria o involontaria?

Si parla spesso di respirazione diaframmatica e di respirazione polmonare come se fossero due cose diverse, ma se osserviamo la fisiologia capiamo che il diaframma e i polmoni lavorano insieme in ogni singolo movimento respiratorio, volontario o involontario che sia.

Durante le mie lezioni di Pilates indico spesso di portare l’ombelico verso la colonna — un’indicazione precisa che porta la mente consapevole a intervenire sul respiro con una finalità specifica. Ma questo lo spieghiamo dopo.

Come funziona il respiro: il cestino, il palloncino e il diaframma

Per capire cosa succede nel corpo quando respiriamo, è utile avere un’immagine anatomica di base.

La gabbia toracica — che preferisco chiamare cestino delle costole — è molto più mobile di quanto il nome suggerisca. Si apre e si chiude ad ogni respiro come un vecchio cestino di vimini. Sotto di essa, la cavità addominopelvica si comporta come un palloncino pieno d’acqua: puoi cambiarle la forma, ma non il volume.

Il diaframma sta esattamente in mezzo, in un punto di equilibrio quasi neutro tra questi due ambienti. È questa posizione privilegiata che rende il respiro di riposo così economico: pochissimo sforzo, ossigenazione continua.

Quando inspiriamo, il diaframma si contrae e si abbassa; quando espiriamo, si rilassa e ritorna alla sua forma originale. Quest’azione viene orchestrata dal sistema nervoso autonomo con precisione assoluta — quando non interferiamo.

Quando le emozioni influenzano e “trattengono” la respirazione

Il problema con gli esseri umani è che le nostre emozioni, le nostre idee e le nostre abitudini posturali possono interferire con la naturalezza che troviamo in natura. Schemi emotivi non risolti o soppressi — paura, rabbia, ansia — insieme al dolore fisico e ai traumi, danno forma al nostro corpo e al nostro respiro insieme.

I suggerimenti o le indicazioni di altre persone possono trasformarsi in imposizioni che impediscono alla natura di svolgere il suo corso nel nostro corpo.

Tutti i terapisti, tutti gli insegnanti di movimento, si trovano di fronte a un paradosso: la naturalezza dei movimenti e della respirazione dei loro clienti è stata alterata dalle emozioni o da insegnamenti precedenti, e loro devono interferire in modo artificiale per ristabilire una “naturalezza inconscia.” È una posizione difficile, che richiede attenzione, pazienza e una pratica di una vita intera.

La respirazione nel Feldenkrais e nel Pilates: liberare senza correggere, controllare senza bloccare

Come insegnante di movimento, tengo a ricordare che nessuna indicazione respiratoria è un’imposizione. Gli esercizi di respiro sono strumenti per acquisire consapevolezza — un invito a esplorare, non una regola da seguire.

Usiamo certe indicazioni per facilitare una respirazione più libera, ma poi dobbiamo uscire di scena e osservare cosa emerge naturalmente nel cliente.

Moshe Feldenkrais ha lasciato un repertorio straordinario di lezioni dedicate proprio al respiro: sequenze di movimento lento e consapevole che aiutano il sistema nervoso a ritrovare schemi respiratori più liberi, liberando il diaframma e l’intero tronco dalle abitudini restrittive accumulate nel tempo. La sua premessa — che quando liberiamo lo schema neurologico, anche la struttura muscolare e scheletrica ritrova il suo assetto ottimale — è qualcosa che verifico ogni giorno nella pratica.

Tutte e tre le dimensioni del corpo — altezza, larghezza e profondità — partecipano alla respirazione. Quando osservo che una di esse è assente nel respiro di un allievo, cerco un’immagine verbale o un contatto tattile che inviti il movimento in quella zona. Mettere una mano su un’area del torace ed esercitare una lieve compressione mentre il cliente inspira contro di essa è spesso molto efficace: crea un feedback cinestetico immediato e apre nuove possibilità di movimento.

L’altra faccia del lavoro è diversa: ci sono momenti in cui il respiro va guidato con precisione, in funzione di uno scopo specifico. Nel Pilates, quando chiedo di portare l’ombelico verso la colonna, so esattamente cosa sto attivando: il trasverso dell’addome, in espirazione, sostiene il riposizionamento del diaframma e modifica la forma del palloncino addominale — mantenendo però il diaframma libero di muoversi. Non è un’indicazione neutra: è un invito preciso a usare il respiro come strumento di forza e di controllo.

La respirazione giusta non esiste, esiste la tua

Non esiste un unico modo giusto di respirare, valido per tutti, in ogni momento e in ogni contesto. Esistono respiri più adatti a certi scopi — calmare il sistema nervoso, sostenere uno sforzo fisico, favorire la concentrazione — e insegnanti capaci di aiutarti a trovare il tuo.

Il mio invito, dopo anni di lavoro sul corpo, è questo: più che cercare il respiro perfetto, coltiva la curiosità per il tuo respiro. Osservalo. Ascolta dove si blocca, dove scorre libero, dove preferiresti non guardare. È lì, in quel margine di consapevolezza, che comincia il cambiamento.

Una particolare lezione di Feldenkrais dedicata al respiro si è rivelata, nel tempo, uno degli strumenti più efficaci del mio repertorio. Se ti interessa approfondire, scrivimi a beatrice@miastudio.it: sarò felice di invitarti a provarla in studio o da casa.

Fonti e approfondimenti:

Thomas Myers, “Every Breath You Take”

Moshe Feldenkrais, “Il corpo e il comportamento maturo”